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Daniele Paganelli


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L'Anima dell'Impero

by mythsmith last modified 2007-04-08 12:52 PM

Gli orizzonti inquieti del petrolio tra apocalisse e sostenibilità. Resoconto delle tre Giornate Internazionali di Studio organizzate dal Centro Pio Manzù a Rimini, dal 28 al 30 Ottobre 2005.

Memore delle splendide "giornate internazionali di studio" del Centro Pio Manzù cui partecipai due anni fa, ho deciso di tornare a Rimini per assistere ad un nuovo ciclo di workshops, intitolato "l'anima dell'impero - gli orizzonti inquieti del petrolio tra apocalisse e sostenibilità". Delle tre giornate organizzate dal centro, ho assistito solo alla prima (venerdì 28 ottobre 2005) ed all'ultima (domenica 30).

L'evento era stato organizzato per parlare delle prospettive che apre l'imminente fine del petrolio. Andiamo ora con ordine, vedendo uno ad uno il succo dei discorsi più interessanti, o durante i quali sono riuscito a rimanere sveglio...

Marcello Colitti :: E se non fossero solo schiavi?



Dell'arringa di Colitti ho ascoltato la parte finale, in cui presenta con tono da "grande idea" l'utopia di rendere l'estrazione del petrolio un motore di sviluppo per i paesi esportatori, anziché un ulteriore pretesto per schiavizzare la popolazione locale o arricchire il dittatore filo-occidentale di turno. Pensare che solo ora, dopo più di un secolo di estrazione forsennata e di neocolonialismo, il concetto di "join venture" sia entrato nel vocabolario dei petrolieri, è come minimo inquietante.
Considerazioni ciniche a parte, l'idea di Colitti è quella di lavorare per creare collaborazioni internazionali orchestrate al fine di ottenere il massimo vantaggio da entrambe le parti: sviluppo economico e sociale da un lato, stabilità degli approvigionamenti petroliferi dall'altro.
Il libero mercato "puro" ha fallito nel garantire l'evoluzione dei paesi esportatori: è necessario perciò un intervento politico per ristabilire gli equilibri.
Concetto perfettamente condivisibile: il libero mercato è una bestia cieca. Ma non è proprio con interventi politici scellerati che si sono creati quei disequilibri che hanno garantito all'occidente colonialista di ingrassare a dismisura?

Noe Van Hulst - "As usual" vs ???



Noe articola il suo discorso in due parti: nella prima proietta le tendenze attuali dei consumi di qui al 2030, arrivando a concludere che lo scenario futuro "non è sostenibile", poi si interroga su come cambiare il corso degli eventi e quanto certe decisioni possano influire.

Nella costruzione della previsione cosidetta "as usual", Noe fa alcune ipotesi e osservazioni:

.   o Si assume che non ci sia cambiamento nelle politiche energetiche dei paesi consumatori.

.   o La crescita dei consumi sarà trainata principalmente dai paesi in via di sviluppo.

.   o Le risorse energetiche fossili (petrolio, carbone, gas naturale) dovranno coprire interamente questo aumento di domanda.

.   o Le fonti energetiche rinnovabili ed alternative prenderanno piede molto lentamente.

Ciò porta ad una situazione gravida di problemi:

.   o "energy security": aumenta la dipendenza energetica del mondo dai grandi paesi produttori del medio oriente, tradizionalmente instabili ed inaffidabili. I rischi di rottura si fanno sempre più concreti - aggiungerei che le prime notevoli avvisaglie del cupo futuro che ci attende sono già sotto gli occhi di tutti.

.   o Instabilità finanziaria, blocco degli investimenti. Essendo il petrolio così pervasivo nelle economie occidentali, una minima oscillazione è in grado di provocare una grossa variabilità nei mercati finanziari mondiali. Situazione certamente sfavorevole per investimenti di qualsiasi tipo.

.   o Emissione di anidride carbonica e conseguente incremento nell'effetto serra che soffoca il nostro pianeta. Va dato un tributo particolare a Noe per aver almeno nominato il problema.

.   o "energy poverty": con lo scarseggiare delle risorse ed il conseguente aumento dei prezzi, è probabile che il divario ricchi/poveri si faccia ancora più profondo di quanto non lo sia già.

L'analisi portata da Noe è certamente impeccabile. Gli strumenti proposti per affrontare la transizione lasciano invece un po' a desiderare. Nel breve termine, dice Noe, bisogna fare un profondo sforzo di analisi e pianificazione. Occorre valutare a tavolino quali tecnologie adottare e come, al fine di ottenere il massimo effetto sui consumi e sul rilascio di gas serra.
Beh, riflettere non a mai fatto male a nessuno. E soprattutto, non da fastidio ai petrolieri.
Concretamente, infine, bisogna puntare sull'efficienza energetica delle industrie, delle abitazioni, dei veicoli, e di tutti gli apparati utilizzatori. Lavorando unicamente su questo parametro, assicura, entro il 2030 si prospetterebbe un'emissione di CO2 inferiore del 16% rispetto alla previsione "as usual".
Anche il nucleare è nominato come valido attore di una strategia a breve termine (ma su questo si soffermerà lungamente Ian Fells).

Bei discorsi. Ma forse non approfonditi a dovere. Ci sono un paio di contraddizioni che mi sarebbe piaciuto che Noe chiarisse, ma probabilmente non ne ha avuto il tempo. Da un lato si dice che l'incremento vertiginoso dei consumi è e sarà sempre più provocato dai paesi in via di sviluppo (in particolare Cina ed India). Dall'altro si dice che tutto si può risolvere con costosissime tecnologie ad alta efficienza, naturalmente da comprare da noi occidentali (o materialmente o con royalties brevettuali). Non è un po' utopico pensare che i cinesi passino, ad esempio, dall'attuale riscaldamento a carbone direttamente alla bioedilizia all'ultimo grido, di cui si cominciano a vedere timidi esempi nei nostri avanzati e ricchi paesi occidentali? Non avviteranno inefficienti lampadine a filamento da 0.3€, prima di lussuose lampade a fluorescenza da 14€?
Per quanto riguarda il nucleare... sono sinceramente convinto che esista la centrale nucleare sicura e lo stoccaggio pulito delle scorie, ma la contraddizione che ribatto a Noe riguarda il punto dell'"energy security": permetteremo che paesi in via di sviluppo, tradizionalmente instabili, si dotino di tecnologie che potrebbero facilitare la costruzione di un arsenale nucleare?

Nel lungo termine, Noe scade nella vaghezza. Il concetto di base è che non esiste una soluzione unica per l'approvigionamento energetico dell'umanità, come lo è stato finora il petrolio: tutte le tecnologie dovranno essere sfruttate nel loro campo di massima efficienza, per costituire un mix di risposte variegato ed ampio. Contenti tutti, dunque. Perfino tecnologie bistrattate come le tecniche di sequestro di anidride carbonica trovano spazio nello scenario di Noe: è assurdo, spiega, pensare che un paese come, uno a caso, la Cina si astenga dall'utilizzare tutte le sue riserve fossili. Bisogna quindi lavorare di diplomazia per convincere gli egoisti cinesi ad installare costosissimi impianti di cattura della CO2 (magari acquistandoli da noi) per far contento il fastidioso ecosistema terrestre.


Ian Fells :: Intanto nucleare, poi Star Trek



Alcuni dati per scaldare la platea: il nucleare nell'unione europea fornisce il 30% dell'energia elettrica. Con l'energia elettrica ci si può fare un po' di tutto. Quindi perché non puntare sul nucleare, almeno per coprire il fabbisogno di energia elettrica?
A disdetta di quelli che pensano che ci voglia troppo tempo per costruire centrali, Ian porta l'esempio dell'inghilterra, la quale iniziò negli anni 90' un programma nucleare aperto ai privati. Dopo solo tre anni dall'inizio del programma, il primo impianto commerciale entrava in funzione. Sarebbe quindi l'alternativa ideale per il breve e medio termine.

Tuttavia oggi il trend sembra quello di chiudere le centrali nucleari, e Ian mette in guardia: la produzione nucleare europea evita l'immissione di una massa di CO2 pari all'80% di quella che viene scaricata da tutti i trasporti UE. Le conseguenze sull'ambiente, nel caso si decidesse di rinunciare a questa risorsa, sarebbero notevoli. Ed anche quelle sui consumi: l'UK, ad esempio, arriverebbe ad essere dipendente per l'80-90% dal gas naturale.

Ma il nucleare è veramente una alternativa? Così com'è ora, certamente no: le scorte naturali dei russi, ad esempio, finirebbero già nel 2050 (giacché il nucleare può essere energia "alternativa" - al petrolio - ma certamente non è rinnovabile!). Ma è proprio dai Russi che sembrano venire le buone notizie: sono loro infatti ad aver costruito i primi prototipi di Fast Reactors, che garantiscono un efficienza elevatissima e, a detta di Ian, sono pure sicuri dal punto di vista della proliferazione di armi nucleari. Tanto per avere un'idea, le proiezioni dicono che le scorte dei Russi, se utilizzate per alimentare Fast Reactors, finirebbero tra 500 anni o giù di lì.

Bel colpo! E' fuori discussione che l'ingegneria nucleare abbia fatto passi da gigante negli ultimi 50 anni (anche se - fa notare Fells - ci sono reattori di 40 anni fa perfettamente funzionanti là fuori). Però Ian avrebbe potuto dire due parole in più sulle nuove tecniche di trattamento dei rifiuti radioattivi, problema sentitissimo specie in Italia che ne produce un infinitesimo degli altri paesi (tra la platea c'era gente che abbozzava degli "e le scorie?" soffocati).

Con brio tipicamente inglese, ha preferito invece terminare la sua presentazione con vaneggiamenti sulla fusione nucleare (calda, ovviamente!) per poi scadere in quella che - per ora - è pura fantascienza, paventando un possibile sfruttamento delle onde gravitazionali come oggi si fa per quelle elettromagnetiche.

Pare quindi che Fells abbia perso un'ottima occasione per istruire il pubblico italiano sui moderni sistemi di messa in sicurezza dei rifiuti radioattivi, un'argomento sul quale c'è un'ignoranza sconfinata nel bel paese.


Colin J. Campbell :: il protocollo di Rimini


Il modo con cui Colin ha fatto il suo tributo rituale alla limitatezza delle risorse da' un'idea della stupidità profonda di certi economisti, perciò l'ho addirittura annotato e vado ora a riportarvelo.
Colin parla di un "atto di fede" di certi economisti-induttivisti (non c'è bisogno di offenderli ulteriormente dandogli anche esplicitamente dei tacchini...): i minerali sono inesauribili, e si rinnovano man mano che vengono estratti. Addirittura, ciò accadrebbe più o meno parallelamente all'evoluzione del mercato.
A prova lampante di ciò sia la storia passata: è mai finito il ferro? Eppure è da migliaia di anni che lo estraiamo... E' mai finito il petrolio? No: perciò non c'è motivo per cui dovrebbe finire in futuro. A meno che... il Mercato, noto demiurgo del pianeta terra e delle sue risorse naturali, non decida che la tal risorsa non è più interessante.

Questa dottrina, spiega Colin, ha funzionato bene nella prima metà di quella che lui chiama l'"Era del Petrolio". In realtà parrebbe proprio che la crescita delle risorse acclamata da certi economisti sia un'illusione, una bufala colossale generata dalle politiche finanziarie delle compagnie petrolifere, che non rivelano mai al pubblico la loro reale disponibilità.
Tale strategia è chiaramente volta a creare un senso di dinamismo e continuità, e quindi fiducia, nel potenziale investitore: "visto, le nostre riserve sono aumentate costantemente negli ultimi 30 anni, nonostante le ingenti estrazioni", quando magari sono state fatte grosse scoperte all'inizio, pubblicate poi con gradualità.
A prova di questa tesi, Colin porta i dati presi da un rapporto della Exxon, in cui la compagnia ha dichiarato di aver rivelato i dati reali delle loro riserve. Da questi dati risulta chiaramente che le nuove scoperte hanno seguito un andamento discendente dagli anni 80' in poi.

In conclusione, Campbell propone un altisonante "protocollo di Rimini", su cui far convergere l'approvazione di tutti i paesi del mondo. Il nocciolo del protocollo sarebbe:

.   o  Che i produttori rivelino i dati reali sulle nuove scoperte e sulle riserve note.

.   o  Che i consumatori riducano le importazioni corrispondentemente al declino delle riserve (provvisoriamente stimato intorno al 2.6%/anno).

Per raggiungere il secondo obiettivo, non c'è bisogno di dire che occorre ridurre i consumi e puntare sulle energie alternative e rinnovabili. Proposta blandamente innovativa è quella di invertire l'attuale globalizzazione del mercato di beni materiali. Vista l'enorme quantità di petrolio bruciata per i trasporti, è auspicabile al contrario una progressiva regionalizzazione delle economie materiali, in modo che l'offerta debba fisicamente percorrere meno strada per incontrare la domanda.


E. M. dos Santos :: con gas, grazie!



Tralasciando l'accento, che lo faceva sembrare completamente sbronzo, Edmilson fa alcune considerazioni veramente illuminanti. In una serie di grafici confronta vari indicatori di prezzo dell'energia con l'HDI, l'Human Development Index, che classificherebbe lo sviluppo di una nazione. Dal paragone emerge spiccatamente che per le nazioni più sviluppate l'energia costa pochissimo, molto meno che per le nazioni in via di sviluppo. Anche l'efficienza con cui viene utilizzata incrementa con l'HDI, così come diminuisce la percentuale di PIL spesa in energia. Le differenze sono nette e preoccupanti.
Edmilson nota infatti che per certe nazioni povere e scarsamente sviluppate, l'energia costa talmente tanto e viene usata così male, che sono da considerarsi "out": non riusciranno mai ad uscire dalla loro condizione di povertà fino a quando non disporranno di energia a basso costo, ma l'energia costa troppo perché si possa accedere alle tecnologie che renderebbero realizzabile questa condizione.
Una sorta di malefico circolo vizioso che segrega i poveri in una scarsità energetica senza scampo.
La soluzione proposta da Edmilson consiste nel raggiungere un "patto globale sull'accesso alla tecnologia", in modo da intervenire dall'esterno in quelle economie precipitate nel circolo vizioso dell'energia inefficiente ed ad alto prezzo.
Sono tre i punti sui quali bisogna agire per modernizzare i paesi arretrati, da punto di vista energetico e quindi, come si evince dalle distribuzioni dell'HDI, anche in prospettiva sociale:

.   o  Conservazione ed Efficienza. (altro da aggiungere???)
.   o  Energie Alternative. (idem)
.   o  Industrializzazione e modernizzazione.

Nell'ultimo punto rientra la cosiddetta "Digital Era": gli strumenti messi a disposizione dell'era digitale sono il modo più energeticamente efficiente per comunicare a distanza - e più in generale "agire" - senza necessità di muoversi e quindi consumare grandi quantità di energia.

L'esuberante Edmilson apre quindi un'altro paragrafo nel suo discorso, portando l'ennesimo dato "illuminante": pare che l'85% dell'energia sia attualmente consumata per soddisfare una domanda termica. Assurdo! Operiamo complesse, costose e inefficienti trasformazioni per produrre energia elettrica dal calore, e poi cosa se ne fa l'utente? Per l'85% la riconverte in calore!
Edmilson propone di diffondere l'uso del gas naturale nei paesi più poveri (il gas risulta concentrato nei paesi a più alto HDI).

Il dato comunque è da prendere con le pinze, visto che Edmilson non ha spiegato cosa rientri in "domanda termica" e cosa no: ad esempio, i 3000 °C necessari per produrre alluminio in forni elettrici sono considerati domanda termica cui si fa stupidamente fronte con l'energia elettrica? (per i profani, non c'è un modo alternativo per raggiungere quella temperatura!!!)

Al di là delle possibili e ragionevoli critiche, l'esposizione di Edmilson è stata particolarmente piacevole, sia per i dati e le correlazioni originali che ha presentato, sia - da non dimenticare! - per quel buffo inglese brasileiro.


Paul Roberts :: brividi di guerra fredda



Paul si tira fuori dalla "guerra dei dati": non ha nessuna importanza "quando" si raggiungerà il picco nella produzione petrolifera. Il solo fatto che prima o poi si dovrà raggiungere presenta rischi mortali per il mondo che conosciamo.

E' fuori discussione che siamo nel pieno di una crisi petrolifera: i prezzi continuano ad aumentare, ed hanno raggiunto prezzi inediti nella storia del mercato. Il mondo ha già affrontato una crisi negli anni settanta, e se l'è cavata benone. Che problema c'è, dunque? Basta aspettare che questa crisi passi...
Paul rileva però che questa crisi è molto diversa da quella degli anni settanta:

.   o  Nonostante i prezzi esorbitanti, la domanda di petrolio non accenna a diminuire, anzi, continua la sua corsa verso l'alto. Perfino gli un tempo ecosensibili cittadini europei comprano sempre più ridicoli fuoristrada succhiapetrolio, contro ogni buon senso. Nel corso della crisi precedente, al contrario, l'incremento dei prezzi provoco' una quasi immediata contrazione nei consumi. Questo perché negli anni settanta esisteva una comunità internazionale che organizzò una risposta articolata, su tutti i livelli della domanda. Oggi non esiste nulla del genere, ma troviamo al contrario una miriade di consumatori isolati.

.   o  Fino all'intervento in Iraq, si pensava che gli USA avrebbero sempre agito da stabilizzatori del mercato, così come fecero nel corso della guerra del Golfo. Oggi questa fiducia è andata quasi totalmente persa: in Iraq hanno fallito, la guerra si sta prolungando indefinitamente e con costi elevatissimi.

Paul paventa l'avvento di una nuova guerra fredda, in cui accordi vengono stretti tra paesi per accaparrarsi gli approvigionamenti a discapito degli altri. L'unico modo per evitare il terrore di un nuovo conflitto globale è amministrare bene l'energia di qui ai prossimi anni di transizione.

Paul non presenta soluzioni, anzi, invita al realismo nel considerare le energie alternative: sono troppo costose per una diffusione ampia, ed anche se esistesse una tecnologia a basso costo occorrerebbero almeno 15 anni per sostituire i dispositivi esistenti.


Dale Simbeck :: la brillante idea dell'idrogeno (?)



Dale ci spiega che sostanzialmente il tanto acclamato idrogeno è maledettamente antipatico. Per chi non lo sapesse, l'idrogeno è considerato un /vettore/ energetico, non una risorsa primaria: questo perché non eiste in natura. Occorre molta energia per produrlo, ed una volta ottenuto lo si può utilizzare in vari modi per reclamare parte dell'energia spesa. Dale invita a considerare l'H2 come un "elettrone gravido", nel goffo tentativo di stabilire un collegamento intuitivo con l'elettricità, cui siamo abituati a pensare come un vettore e non come una risorsa primaria.

Per cominciare, Dale si prodiga nello spiegare tutti gli aspetti negativi del "primo elemento". E' difficile produrlo: occorre elettricità per alimentare l'elettrolisi (che ha rese ancora insufficienti), oppure un idrocarburo da cui estrarlo (e riecco le risorse fossili). Ma non finisce qui: è difficile trasportarlo (è il gas più volatile che esista, diffonde attraverso ogni sorta di materiale); ha una densità energetica molto bassa rispetto ai combustibili cui siamo abituati. Ed infine, le tecnologie attuali per riconvertirlo in energia (lavoro o elettricità) hanno ancora una efficienza scarsa - a meno di utilizzare idrogeno purissimo (dall'inefficiente elettrolisi) in apparecchiature dispendiose.

Ma allora, perché diamine c'è questa moda dell'idrogeno? E perché, per di più, Dale gli dedica il suo lavoro? In un futuro non tanto vicino, se Dale e i suoi colleghi sapranno lavorare bene, l'idrogeno potrebbe offire grandi vantaggi termodinamici. Le tecnologie per sfruttarlo appieno non sono ancora disponibili e non lo saranno nel breve termine, ma il potenziale dell'idrogeno è elevatissimo, in termini di efficienza.
Dale comunque ipotizza il metanolo sintetico come alternativa valida all'idrogeno: è più facile da trasportare e da utilizzare, anche se richiederebbe uno sforzo maggiore per essere prodotto per via sintetica.

Per il momento, però, non c'è da preoccuparsi. I due terzi del petrolio è ancora la' sotto che aspetta nuove tecnologie e nuovi investimenti, in quei pozzi considerati esauriti in epoche in cui  "raschiare il fondo" non era ancora conveniente.
Le rimanenti risorse sono però da consumarsi con oculatezza: se di petrolio potrebbe essercene ancora un'enormità, la capacità dell'ambiente di assorbire CO2 sta indubbiamente raggiungendo livelli di guardia. Ecco che vengono buone le tecniche di sequestro dell'anidride carbonica: i gas di scarico delle centrali possono essere pompati in pozzi di petrolio esausti, miniere di carbone esaurite, oppure addirittura possono essere liquefatti in laghi sottomarini.


Adnan Shihab-Eldin :: dall'altro lato della barricata



In una sede ufficiale come la seduta plenaria di Domenica, in diretta tv (vabbé, su rai edu), con tutte quelle persone importanti a guardare, il vice presidente dell'OPEC non poteva far altro che tranquillizzare il mondo occidentale. Di petrolio ce n'è, la storia insegna che le risorse hanno continuato a crescere negli ultimi decenni, e ciò collocherebbe il picco del petrolio convenzionale tra alcune decadi.
L'OPEC si impegna a fare del suo meglio per venire incontro alla domanda, e per stabilizzare il mercato assicurando una "spare capacity" di produzione di 5 milioni di barili entro cinque anni. L'attuale aumento dei prezzi, lamenta Adnan, è dovuto all'improvvisa domanda generata dal travolgente sviluppo di Cina ed India.

Parole parole parole. Interessante invece ascoltare le richieste che Adnan avanza: la domanda di petrolio deve essere stabile, chiaramente prevedibili. Picchi come quello attuale, o stagnazioni come quella degli anni 90', non sono ammissibili: gli investitori devono aver guadagno garantito, se si vuole che arrivino i soldi per perforare pozzi, tracciare oleodotti, finanziare nuove ricerche geologiche e pompare con giubilio, in armonia con la domanda.
Eppoi, suvvia: le tasse imposte dalla maggior parte dei paesi importatori sopravanzano largamente gli introiti dei produttori!


 Karen H. Alderman :: Let it be... there will be an answer



Karen mette appetito alla platea: esiste una risorsa, nel mondo di Alice, economica, sostenibile, potente, pulita. Sioresiori: è l'intelletto umano. Commovente. C'è solo da sperare che la politica energetica USA non si basi solo sui vaneggiamenti candidamente ottimisti della sottosegretaria che se ne dovrebbe occupare. Dimenticavo: naturalmente Karen mette bene in chiaro che questo magico intelletto umano va innaffiato abbondantemente con bei dollaroni verdi.

E' ovvio che una persona così spregiudicatamente ottimista non si ponga nemmeno il problema del limite del progresso umano. Continuare lo sviluppo ai ritmi attuali oppure tentare di frenarlo, in attesa di trovare nuove soluzioni e comprendere meglio la portata delle nostre azioni? Ogni eventuale dibattito è impietosamente etichettato come sterile. Avanti avanti avanti, si può spingere di più, insieme nella vita a testa in sù.


Seron Stoon :: You are a world citizen. E te sei na bela gnocca.



Che è poi Sharon Stone, nell'irresistibile accento romagnolo di [presidente del centro §§]...
Sharon Stone? Che c'azzecca la bella Sharon, in mezzo a ministri, sottosegretari, presidenti e altra gente mortalmente noiosa? Palese: per tirarmi giù dal letto domenica alle 5 (quest'ora legale certe volte ti prende proprio alle spalle...) e convincermi a guidare fino a Rimini, con un mal di testa post-festa-di-laurea-di-vecchi-amici.

Se Scajola avesse pronunciato il discorso di Sharon, avrebbe probabilmente preso una caterva di fischi. Ma Sharon è un'attrice, una bellissima attrice. Seppure rispolveri concetti tra il settecentesco, come l'evidente condizione di "cittadini del mondo" in cui ciascuno di noi inevitabilmente si trova, ed il newage, come una tanto poetica quanto non specificata "eleganza spirituale" di cui bisognerebbe equipaggiarsi, le parole di Sharon coinvolgono, com-muovono.
Sharon cita anche il concetto di "inclusive society" di provenienza rifkiniana, secondo il quale la società non dovrebbe essere un'arena in cui ciascuno si conquista la sua libertà e la sua indipendenza isolandosi dagli altri, ma una comunità di cui sentirsi parte attiva, intercorrelata con ogni altra entità, e corresponsabile di ciò che accade.

Purtroppo Sharon scade proprio nel momento più importante, quello cioè in cui pretenderebbe di dare suggerimenti concreti, e non fumose direttive spirituali. Se ci fossero stati bambini tra la platea, avrei apprezzato l'esempio della "cartaccia per strada". In nessun modo però posso perdonargli la strategia che propone per essere cittadini del mondo informati e consapevoli: "turn on the television and see what it is happening in this world". La televisione!!!
Ah, americani...


James R. Schlesinger :: siamo in vetta



James taglia corto: il petrolio finirà, e finirà presto. La maggior parte dei pozzi petroliferi risale a 40 anni fa, mentre le scoperte più recenti sono piccole. "In passato abbiamo scoperto gli elefanti, ora troviamo solo le briciole": la fede che molti (praticamente tutti gli invitati) ripongono nel mercato è eccessiva, e pericolosa. Infatti il problema della dipendenza dei trasporti dal petrolio non ha soluzioni semplici: non c'è tempo da perdere, e forse è già troppo tardi!


Paolo Scaroni :: Il moto perpetuo del mercato



Paolo propone una tesi che, presa di per sè, ha dell'assurdo, ma che aiuta certamente a capire parte delle ragioni della crisi attuale.
Secondo Paolo il mercato del petrolio seguirebbe un andamento ciclico, innescato dalla crisi degli anni settanta. Durante quegli anni il prezzo del petrolio ebbe una crescita improvvisa: ciò spronò nuovi investimenti in ricerca di risorse ed infrastrutture per l'estrazione ed il trasporto, ed accelerò l'innovazione tecnologica verso l'efficienza dei processi ed il risparmio energetico. Passata la crisi, il prezzo del petrolio ebbe un crollo, che si protrasse dal 86 fino alla fine degli anni 90': le risorse e le infrastrutture avevano superato la domanda, e le nuove tecnologie avevano provocato una contrazione dei consumi. Insieme ai prezzi, anche i guadagni per gli investitori hanno subito una diminuzione, che ha frenato ulteriori investimenti in campo petrolifero.
Dalla stagnazione ci ha improvvisamente svegliato lo sviluppo economico della Cina, che si è buttata a capofitto nel commercio di petrolio per accaparrarsi il fluido vitale per la sua economia. Il mondo non era preparato a dissetare una domanda in così forte accelerazione, a causa degli scarsi investimenti negli ultimi 10 anni: da ciò l'impennata dei prezzi.
La storia avrebbe dovuto insegnarci come evitare altre crisi, avvisa Paolo dall'alto del suo senno di poi.

Dopo questo discorso apparentemente rassicurante (il problema sembrerebbe il mercato, non la limitatezza del petrolio), Paolo ne approfitta per sponsorizzare quella che ritiene sarà la fonte alternativa al petrolio: il gas naturale. La sua strategia punta sulla DIVERSIFICAZIONE DELLE FONTI. Spiega infatti che oggi tutto il gas italiano arriva grazie a pochi gasdotti di proprietà di altrettanto poche compagnie petrolifere. A poco serve privatizzare la distribuzione: se i fornitori sono due o tre, i prezzi alla fine si ricondurranno inevitabilmente alle tariffe di questi ultimi.
La proposta di Scaroni è quindi di costruire gli oggi famigerati RIGASSIFICATORI...





Conclusioni personali



Non ho saltato a caso la giornata di sabato. I discorsi sentiti venerdì mi avevano lasciato profondamente insoddisfatto: mi sembrava che non si dicesse nulla di innovativo. Anzi. Mi sembrava di essere in un'altra era, indietro nel tempo. Va dato atto ai relatori della loro onestà intellettuale, visto che /ogni/ discorso cominciava con "siamo tutti d'accordo che il petrolio finirà" - concetto naturalmente espresso in non meno di 10 minuti. Sommando il tempo impiegato da ogni relatore per dire qualcosa di palese e su cui tutti siamo d'accordo, credo si siano totalizzate diverse ore di autentico nulla concettuale.
A parte questo riconoscimento rituale alla limitatezza delle risorse minerali - che immagino sopravviva anche senza tutti questi complimenti - la maggior parte degli invitati sembrava ossessionata dalla preoccupazione di rassicurare la platea che in realtà di petrolio ce n'è ancora una valanga. O meglio, sì, va detto che il petrolio convenzionale (leggi: " a basso costo ") ha ormai raggiunto il picco in molti paesi produttori, ma non preoccupiamoci! Il mondo è grande e la tecnologia in continuo miglioramento. "Qualcuno" risolverà tutti i nostri problemi.

Un sottotitolo più adatto agli studi sarebbe quindi stato "gli orizzonti quieti del petrolio tra sviluppo tecnologico e miracolo divino", visto che si è parlato pochissimo di sostenibilità.

Ma non voglio ora sparare a zero sull'evento. Qualcosa di nuovo l'ho imparato: ad esempio che il mercato del petrolio seguirebbe una sorta di ciclo perpetuo (a detta di Scaroni... mah), che l'Iraq non sarà pronto per la democrazia se non tra due o tre generazioni, e che Sharon Stone - anzi, /Seron Stoon/ - è veramente una gran bella gnocca, nonostante l'età.

Durante la pausa pranzo di domenica ho guardato nostalgico un bambino giocare con un macchinina "alternativa", sulla quale aveva applicato un lungo stuzzicadente che reggeva dei pezzi di carta a mo' di vele. Mi sarebbe piaciuto trovare presso gli illustri relatori di queste giornate un decimo della fantasia, dell'apertura mentale e del coraggio di quel bambino, alla timida ricerca di un luogo ventoso e piano, ma non troppo in vista, per sperimentare in privato il fallimento del suo sogno.



POST SCRIPTUM

Ho steso questo testo a cavallo tra Novembre e Dicembre 2005. Ho esitato finora a pubblicarlo temendo che fosse incompleto e soprattutto troppo pesante, riservandomi di modificarlo ed alleggerirlo in futuro. La recente crisi del gas mi ha poi¹ convinto che fosse effettivamente opportuno propinarvi tutta questa roba, in particolare per quanto riguarda l'intervento di Paolo Scaroni. Certo, sarebbe stato molto più interessante tre mesi fa, ma vallo a sapere...!


[1] "poi", inteso come "quando il mio cervello si è degnato di fare i collegamenti giusti"



·········· / I Protagonisti / ·································

[] Marcello Colitti: Consulente internazionale in campo petrolifero e petrolchimico. Responsabile del consiglio consultivo per l'oleodotto dal Mar Nero a Trieste, e vice presidente della camera di commercio Italo-Araba.
 
[] Noe Van Hulst: Direttore dell'IEA, International Energy Agency.

[] Ian Fells: UK, Presidente del centro per l'energia rinnovabile di Blyth. Professore per la riconversione energetica all'Università del Newcastle. Consulente per la politica energetica al parlamento europeo.

[] Colin J. Campbell: (Irlanda) Esperto mondiale di petrolio, geologo dell'industria petrolifera per più di 40 anni. Consulente per vari governi e compagnie, fondatore e presidente dell'ASPO, Associazione per lo studio del picco massimo del petrolio e del gas.

[] Edmilson Mountinho dos Santos: (Brasile) Docente del programma energetico dell'università di Sao Paolo, dove si occupa di ricerca sull'economia del petrolio e del gas naturale, e la sua politica e regolamentazione.

[] Paul Roberts: (USA) Giornalista e scrittore. Autore di "Dopo il petrolio. Sull'orlo di un mondo pericoloso".

[] Dale Simbeck: (USA) Vice presidente della SFA Pacific, i suoi studi rappresentano un contributo significativo alla comprensione delle sfide ed opportunità insite in un'economia all'idrogeno e nelle tecnologie per il controllo delle emissioni di CO2.  

[] Adnan Shihab-Eldin: Segretario Generale dell'OPEC

[] Karen Harbert Alderman: (USA) Sottosegretario all'energia per gli affari internazionali e la politica interna.

[] Sharon Stone: E' bella.

[] James R. Schlesinger: (USA) Consulente del Centro per gli studi strategici e internazionali di Washington e della Lehman Brothers Inc. Ha ricoperto le cariche di segretario di stato per la difesa, segretario di stato per l'energia, presidente della commissione sull'energia atomica, direttore della CIA.

[] Paolo Scaroni: Amministratore delegato dell'ENI.


Originariamente pubblicato su Gheminga


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