Il ritardo dell'intercity IC594 è una sensazione di delusione , di fiducia mancata, di inesplicabili moti cosmici che...
cribbio!?
E' un anno che non ho a che fare con Trenitalia: possibile che proprio oggi quel maledetto IC594 debba avere 5... no, 10... no, 25... no, 45 minuti di ritardo!?
Cerco consolazione in quel po' di statistica che conosco, ricordando che la probabilità che esca un numero al lotto non dipende minimamente dal fatto che io l'abbia giocato o meno, né dal numero di estrazioni trascorse tra una giocata e l'altra.
Bene.
Malignamente conscio del parallelismo tra il gioco del lotto e l'acquisto di un biglietto Trenitalia, che in nessun altro paese civile eccetto l'Italia bla, bla, bla, mi reco a scontare il ritardo nella Sala d'Attesa.
A parecchi mesi di distanza dall'ultima Attesa, nonché alle nove di sera, la Sala d'Attesa mi è parsa un luogo straordinario, un'epifania di sensazioni, vite, volti.
Attendono, si sfiorano, si ignorano, senza mai riuscire ad ignorare di ignorarsi.
Mi siedo lì, equidistante, impassibile. Nervosissimo.
La modalità di attesa universalmente accettata, penso, è quella di farsi i fatti degli altri senza darlo a vedere. Con molta discrezione si memorizzano i volti, si annotano mentalmente gli abbigliamenti, si captano conversazioni telefoniche, si ricostruiscono le relazioni che intercorrono tra le persone.
Una coppia di ragazzini si bacia, improvvisa una litigata, lei gli mangia la faccia mentre lui la guarda tra il divertito e l'incredulo, escono dalla Sala, rientrano. La conversazione prosegue come un naufrago in un maremoto, scherzi e rimproveri, baci e occhiatacce, piove col sole.
Un uomo massiccio dai marcati tratti del nord-est europeo siede impassibile, quasi maestoso. Una lontana luce gli brilla nei piccoli occhi profondamente incavati nel faccione squadrato: un riflesso di luna in fondo ad un pozzo. Gli suona il cellulare con un fischio acutissimo: sorride, lo prende in mano come fosse un bambino, risponde con dolcezza in una lingua sconosciuta.
Un mendicante dallo sguardo perso si gode il calore della Sala. Esce rispettosamente a fumare, poi rientra zoppicando sul suo bastone. Vaga per la sala, avvicinandosi pericolosamente alle persone sedute.
Dall'espressione di divertita compassione che intercetto sul volto di un paffuto omone dai tratti del sud, intuisco che entrambi devono essere abitanti della Sala, ed il mendicante sta forse attuando una raffinata e ben collaudata strategia di approccio.
Un uomo brizzolato dall'aspetto sportivo entra e si siede perfettamente a suo agio, la borsa firmata nel sedile a fianco. Dopo il rituale saluto al cellulare, disperde lo sguardo nel vuoto. Le labbra cominciano a muoversi impercettibilmente, piano, senza emettere suono. Poi il suono arriva, fievolissimo: canticchia!
Era da un bel po' di tempo che non mi esercitavo in questo genere di attività: attendere, facendosi i fatti degli altri senza darlo troppo a vedere.
O come si dice oggi, Tuittare o Feisbuccare.
Solo che poi il treno è arrivato.



