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Tra le varie emozioni che precedono un volo aereo ve n'è una molto curiosa. È ben distinta dalle mille preoccupazioni e ansie, e nettamente separata dall'eccitazione al pensiero dell'incontro con luoghi e persone nuove.
A ben pensarci, il viaggio aereo non è per nulla determinante: quest'insolita sensazione nasce quando si venga "trasportati" per un periodo di tempo abbastanza lungo (diciamo più di un'ora). Aereo, treno, autobus: poco importa. Il viaggiare soli è un altro prerequisito decisivo.
Provo a spiegarmi.
Quel periodo di tempo tra la partenza e l'arrivo, quando non avrò nulla da fare, e sarò circondato da persone che, perlopiù, non faranno un bel niente. Poiché non avremo alcun obiettivo da raggiungere che dipenda da noi.
È la liberazione del tempo da ogni fine.
L'impossibilità di contribuire in alcun modo all'arrivo non mi farà tuttavia sentire senza scopo nella vita: sarò "in cammino" così palesemente che, con la mente, potrò concedermi di essere immobile.
In pace con tutti i miei desideri, e con me stesso.
Pregustando questo meraviglioso intervallo che è appunto il farsi trasportare, mi prende allora una speciale frenesia: devo trovare qualcosa da fare. Qualcosa cui, per misteriosi motivi, ritengo di non potermi dedicare nel corso della quotidianità, forse perché assillato da obiettivi più urgenti.
Un'evasione a regola d'arte! Apparirò impegnatissimo a viaggiare, magari per importanti questioni lavorative, o per andare a divertirmi di brutto. Invece starò meticolosamente scavando un buco nel pavimento della mia cella (sotto al letto è un buon posto).
Occorre quindi imbottire il bagaglio a mano di tutti gli attrezzi per la fuga: libri che voglio leggere da più di un anno; appunti sulle idee più strampalate che hanno bussato alla mia testa; musica che ormai non riempie più la mia vita come un tempo; carta e penna per schematizzare e organizzare ogni cosa.
Tutto questo castello di "roba da fare" freneticamente costruito alla vigilia del viaggio, con l'eccitazione del bambino che si sceglie i giochi da portare con sè in montagna o al mare, è crollato senza rumore e senza lasciar detriti nonappena mi son seduto sul fatiscente aereo Ryanair per Charleroi.
I reattori si sono accesi e la mente era già decollata, talmente leggera da voler solo giocare con i batuffoli di nuvole e pensieri, o piroettare e planare da un'altitudine all'altra. Pensare cose inutili: campate in aria, contrastanti come flutti tempestosi, voluttuose come mulinelli di nebbia.
È il mio tempo senza fine, una rarità preziosissima: che errore riempirlo ad ogni costo di obiettivi!
Superata la coltre di nebbia e nubi uno spettacolo unico erompe attraverso gli angusti oblò: il tramonto. È milioni di anni che l'umanità (e non solo) osserva rapita questo momento, senza aver ancora trovato parole per descriverlo. Lo seguo con lo sguardo, riempiendolo di significati maestosi e sconfinati: la danza inesorabile di immensi corpi celesti; la Storia degli uomini; il termine della vita.
L'idillio si interrompe bruscamente. Il decollo è finito: tutte le luci interne dell'aereo vengono accese, compresi speciali faretti posizionati direttamente sopra agli oblò. Del tramonto non resta che un vago riflesso, come un film visto con l'angolazione sbagliata. Potrei essere seduto in un autobus, su una nave, in un cinema.
Gli assistenti di volo hanno ben in mente qual'è il senso di quel tempo, di quel farsi trasportare: vendere. Dagli oggetti più improbabili, come le sigarette senza fumo, a quelli più imbarazzanti, come puzzolenti bevande calde disidratate.
Il frastuono da bazar è insopportabile, ma non mi arrendo: non posso abbandonare il nobile intento di non aver intenti per il semplice mutare della luminosità e della rumorosità del mezzo di trasporto.
Carta e penna: la salvezza. Non per progettare e organizzare: ma tracciare forme senza senso, e scrivere brevi frasi sconclusionate. Grammatica e sintassi sono padrone meno tiranne delle leggi del commercio.



